mercoledì 6 agosto 2008

Mai prendersi sul serio

Spiegatemi una cosa. mancano esattamente due giorni alla partenza. Siamo nella settimana corta prima delle vacanze. Il cantiere fra 4 giorni chiude per ferie. Come diavolo si fa a pensare che quello che si fa in questi giorni sia assolutamente fondamentale per il prosieguo delle cose? Mi spiego: c'è chi (il mio collega qua davanti) ha ancora il coraggio di arrivare in ufficio alle 8 del mattino ed uscire alle 7 e mezza di sera, parlando continuamente di lavoro, leccando sempre di più il culo al capo del quale argomenta sempre meglio la sua indispensabilità, ricordandoci continuamente che è un ingegnere e ricordando a tutti di come e quanto sia stato faticoso conseguire tale titolo...

Bah. Saranno tante cose ma questi ultimi giorni sono faticosissimi, guardo continuamente l'orologio sperando che la lancetta dei secondi sia sottoposta ad una accelerazione costantemente crescente che mi porti rapidamente li. La soglia di sopportazione dell'egocentrismo è scesa al minimo storico e l'unica cosa che voglio è fuggire via da tali situazioni, dagli sclerotici recidivi, da chi vuole avere sempre l'ultima parola su tutto, da chi si prende sempre e solo sul serio. Ogni tanto serve, non lo metto in dubbio, ma averlo come motivo costante fa paura, mi fa paura. Mi fa paura soprattutto quando è evidente che non è altro che una maschera per difendere uno status, che si presume di aver raggiunto. Status. Che parola. il solo pensiero mi mette un prurito insopportabile, ed un senso di non appartenenza che però mi consola.

Piacevolmente, anche.

giovedì 31 luglio 2008

Affinità

"In quante cose l'uomo ritorna sui suoi propositi, sulle sue azioni, e non dovrebbe farlo qui, dov'è in gioco tutto e non un dettaglio, dove si tratta non di questa o di quella condizione di vita, bensì della vita in tutto il suo complesso? "

Goethe

lunedì 28 luglio 2008

Il cantiere, alle otto di sera



E.E.

PS: domani fuggo prima però....

Verità Scientifica

intervista a Giulio Giorello

Che cosa si intende oggi per verità scientifica?

La risposta più naturale sarebbe quella di dire che la verità scientifica è ciò che abitualmente gli scienziati credono e accettano. Naturalmente questa risposta lascia aperto il campo a una serie di ulteriori domandeFacciamo un esempio. La comunità scientifica di un tempo, o almeno quelli che allora si chiamavano i "filosofi della natura", credeva che il vuoto non esistesse: il vuoto è il "non essere", e quindi non c'è. Per cambiare idea ci vollero degli eretici (in un qualche modo), cioè dei contestatori di quello che veniva insegnato.Noi potremmo dire che la verità scientifica è quello che viene controllato in un qualche modo dalla comunità scientifica. Non è soltanto quello che viene creduto, ma proprio quello che viene controllato con l'esperimento o con il ragionamento intellettuale.Galileo Galilei parlava di "sensate esperienze e certe dimostrazioni". Le certe dimostrazioni sono quelle della geometria e più in generale della matematica, mentre le sensate esperienze sono le esperienze dei nostri sensi, e anche quelle che facciamo in laboratorio.Forse le verità scientifiche non sono così definitive come spesso si crede. Tante volte quello che noi riteniamo una verità scientifica ben controllata è qualcosa che, con una strumentazione più raffinata, viene ridotta di portata, e diventa meno universale. Questa "verità" è sostituita da una verità un po' più profonda.Noi riteniamo che una verità scientifica non sia altro che un enunciato che in un qualche modo noi possiamo controllare e che può essere anche scartato e sostituito da un altro, che ci permette di capire meglio le esperienze che facciamo, le osservazioni che vengono registrate.In questo senso, quello che ci importa non è tanto il possesso di un qualche cosa, ma la tensione, lo sforzo che facciamo.Ciò che io ho controllato lo puoi controllare anche tu, perché - come dicevano giustamente Galileo, Cartesio, Pascal, e tutti i grandi padri fondatori della scienza moderna - qualunque persona che sia in grado di intendere e di volere, e che abbia volontà di applicarsi, è in grado di fare e controllare quell'esperienza. La scienza è pubblica e controllabile da chiunque. Se è controllabile e pubblica, è anche insegnabile.



Che rapporto c'è tra verità e realtà?

Ogni persona sarebbe portata a credere che una cosa è vera se "fotografa bene", "rispecchia bene" la realtà che ci circonda. Ma la realtà ha più d'una faccia, ha più d'un aspetto che può essere analizzato. Faccio un esempio, perché è meglio sempre che parlarsi per esempi. Tutti conoscono il modello dato da Galileo della caduta dei gravi. Tutti i corpi cadono secondo la stessa cinematica, con la stessa accelerazione. Quindi la stessa equazione descrive tanto la caduta d'una piuma quanto la caduta di una palla di cannone. Tuttavia, se guardiamo l'esperienza comune, non succede così. Perché? Perché la legge di Galileo, così come l'ho enunciata, è incompleta. Bisogna aggiungere, per esempio: "nel vuoto". E' cosa interessante che torniamo ancora al vuoto, perché questa intuizione di Galileo è stata sviluppata prima che la generazione successiva, quella dei Pascal o dei Boyle o del nostro italiano Torricelli, facessero gli esperimenti con le pompe aspiranti.Bisogna allora dire: "Attenzione, questa legge di Galileo vale soltanto, soltanto se si è tolto via il mezzo" (il mezzo sarebbe la sostanza appunto attraverso la quale la palla di cannone e la piuma cade), per esempio l'aria. "Rendere il più possibile rarefatta l'aria", diceva Galileo. Che vuol dire? Che la nostra immagine scientifica della realtà non rispecchia mai completamente la realtà, perché bisogna dimenticare qualche fattore di perturbazione: in questo caso, l'aria.Le nostre leggi, in realtà, sono molto più approssimate che esatte, perché bisogna sempre tener presente che ci sono un mucchio di fattori perturbanti. Questo vale già per una scienza come la matematica. Pensiamo a cosa succede a studiare, ad esempio, un processo del vivente, lo sviluppo di un embrione per esempio, oppure pensiamo a quella che si chiama la "dinamica di una popolazione", per esempio come si equilibrano prede e predatori in una situazione geografica. Oppure pensiamo a una situazione economica costruita dall'uomo o a una situazione sociale. Man mano che si prendono in considerazione oggetti sempre più complessi, i fattori di perturbazione diventano tantissimi. La realtà è forse infinitamente più complessa e non smette mai di sorprenderci. La gente che si esaltava con le grandi conquiste della meccanica newtoniana, aveva delle informazioni sul nostro universo molto diverse da quelle che noi abbiamo ora. Per esempio, aveva delle idee diverse sul numero dei pianeti, non riteneva che l'universo fosse grande o vecchio quanto noi oggi lo riteniamo, ecc.La natura ha continuato a sorprenderci. Questo senso di sorpresa della natura, che ci mostra come le nostre immagini siano in qualche modo anche sfocate e vadano continuamente corrette, è forse quello che rende l'impresa scientifica un'avventura, un'avventura affascinante.



Che rapporto c'è oggi giorno tra verità scientifica e verità filosofica? Ossia come si pongono gli scienziati rispetto alla filosofia?

Io credo che ormai ci sia una sostanziale differenza fra filosofia e scienza, anche se esse sono nate insieme con l'antica Grecia.La differenza è questa: molti scienziati hanno la sensazione di una crescita del loro sapere, anche drammatica, anche segnata da rivoluzioni scientifiche. Il filosofo ha piuttosto la sensazione di riproporre gli eterni interrogativi. Oggi non facciamo più un esperimento per dimostrare l'esistenza di Dio, e forse nemmeno ci lasciamo convincere da una dimostrazione dell'esistenza di Dio, anche se in passato se ne sono fatte alcune, che erano argomenti logicamente anche molto interessanti.Forse ogni scienziato ha la sua personale filosofia o forse, come
diceva Albert Einstein, lo scienziato è un opportunista, che, quando ha bisogno di una filosofia particolare, se la prende e la usa, salvo poi passare ad un'altra, a seconda di dove lo sta guidando la propria ricerca.



Lei pensa che la verità scientifica si tramuti in progresso per l'umanità?

Dipende da cosa si intende per progresso. Se per progresso s'intende la crescita della conoscenza, credo che sia indubbio che oggi ne sappiamo un po' di più dei tempi di Newton, e che Newton ne sapeva di più di Galilei. Se come progresso s'intende il successo tecnologico, anche qui credo che il mondo in cui noi viviamo stia a dimostrare che il progresso c'è stato.Il buon vecchio Bacone diceva che Aristotele è stato importante, però tre invenzioni hanno cambiato il mondo, ai suoi tempi: la bussola, la stampa e la polvere da sparo.Il mondo è cambiato in meglio, secondo le nostre speranze e i nostri auspici? Qui ritorna il problema del codice morale. Può darsi che, dal nostro punto di vista, il progresso tecnologico non sia un progresso in assoluto; può darsi che noi siamo terrorizzati dalle grandi capacità della tecnica, più che della scienza, di uccidere.Enrico Fermi diceva che, dopo tutto, la comparsa della bomba atomica e poi di ordigni sempre più potenti aveva in qualche modo frenato almeno le grandi potenze dallo scatenarsi in conflitti locali. Dipende da che cosa intendiamo noi come progresso a livello morale.



Per il benessere dell'umanità non è meglio in certi campi fermare la ricerca, la ricerca della verità scientifica? Mi riferisco, in particolare, alla genetica.

Sì, ci sono degli scienziati che la pensano così. C'è stato un genetista che ha rinunciato a lavorare nel campo della sperimentazione genetica. Anche queste sono scelte molto legate, io credo, alla coscienza individuale. Stiamo attenti che questo non diventi una filosofia di Stato, perché ci sono anche esempi di società che, per paura dell'innovazione scientifica e tecnologica, hanno fermato la ricerca e poi sono state sopraffatte.



Attualmente qual è il rapporto tra scienza e religione?

Io credo che oggi il rapporto tra scienza e religione sia un rapporto di neutralità, come diceva, tra l'altro, un filosofo scomparso di recente, Paul Feyerabend.Oggi cerchiamo di invadere il meno possibile i campi reciproci. Non è stato sempre così.Coloro che sostenevano che la terra è rotonda, che è concezione già greca per molti versi, furono osteggiati dalle autorità religiose, che invece pensavano a una terra piatta, per un lungo periodo di tempo. Poi però sono venute le navi di Colombo. Colombo era convinto di fare la volontà di Dio, e che uno dei rilievi che egli vede in uno nei suoi viaggi fosse la montagna del Purgatorio. Però queste montagne del Purgatorio son state poi sfruttate e economizzate. Quindi, in un qualche modo, si ha l'impressione che la religione si sia un po' ritirata nelle sue pretese. Noi sappiamo che il Sommo Pontefice ha chiesto "scusa" a Galileo Galilei per la condanna del 1633, quando Galilei fu condannato per aver sostenuto, in scienza, qualcosa di diverso da quello che volevano i suoi censori francescani e domenicani.Può darsi che questo divario sia destinato ad aumentare. Noi non lo sappiamo. Oppure è possibile che la scienza ritorni a riproporre proprio quei temi che possono accendere una nuova religiosità.



Si può dire che parlare di verità scientifica e di verità in genere è un parlare di convenzioni, di convenzioni che nascono da una necessità di intendersi?

Il momento delle convenzioni è importantissimo, ma non è l'unico. Prendiamo il caso appunto della matematica. Noi matematici fissiamo i postulati di partenza, di Euclide per esempio, ma poi i problemi che vengono fuori sfuggono al nostro controllo. Non è che noi siamo dei padroni assoluti.Il fatto che il quinto postulato di Euclide - quello secondo il quale per un punto, fuori da una retta data, passa una e una sola retta parallela alla retta assegnata - non sia deducibile dagli altri, è un fatto contro cui il matematico sbatte i denti, esattamente come sbatte i denti anche lo scienziato empirico quando ha un'anomalia o qualche cosa che non gli torna.Quindi noi siamo padroni delle nostre convenzioni, ma fino a un certo punto. Le convenzioni lavorano per conto loro. Anche il matematico si trova di fronte a problemi oggettivi. Non c'è solo convenzione, ma c'è anche una resistenza della materia: è questa che rende la questione così affascinante perché, se tutto fosse convenzione ed arbitrio, la scienza sarebbe solo un giochetto. Invece non è un gioco, è una sfida continua dell'intelligenza: con i numeri, con i laboratori, e qualche volta con i laboratori e con i numeri insieme.

Non si può parlare allora di una verità immortale, universale, visto che ogni epoca ha le sue scoperte?
Io penso che, proprio perché una teoria scientifica ha una "pretesa di universalità", essa potrà essere superata nel futuro. Quando Newton formula la legge della gravitazione universale, egli è convinto che valga per tutte le masse e a qualunque distanza. La meccanica newtoniana doveva valere per qualunque velocità. Poi noi abbiamo capito che, per le velocità vicine a quelle della luce, ci vuole una meccanica più sofisticata.L'aspirazione è sempre verso qualcosa di universale, anche se Newton e Einstein sono persone nate in un contesto culturale ben preciso, con un certo tipo di credenze, con un certo tipo di educazione, che senza dubbio ha influito sullo stile con cui hanno comunicato le loro scoperte. Quindi io credo che noi dobbiamo riconoscere da una parte la relatività delle teorie scientifiche, ma anche prendere sul serio la loro pretesa di universalità: altrimenti sarebbero una semplice espressione culturale. Invece la scienza vuole essere qualcosa di più, vuole essere anche il fondamento, per esempio, di una tecnologia di successo e vuole spiegare appunto come è fatto il mondo, anche in casi molto difficili.

Quali sono i presupposti necessari per trovare una verità scientifica?
Si può rispondere soltanto in questo modo: avere una società abbastanza illuminata dal finanziare molti programmi di ricerca, magari in concorrenza: lasciare che cento fiori fioriscano, e che il dibattito corra nella maniera più libera e più spregiudicata possibile.Quando dico "più libera e più spregiudicata" volevo riprendere proprio una cosa che dicevano loro prima, e cioè che c'è un momento della comunicazione scientifica, che va oltre quello che è semplicemente per "gli addetti ai lavori" e arriva a largo pubblico. Il largo pubblico recepisce certe cose, forse non certe altre. Quindi si pone un problema anche di educazione alla scienza.

Professore, il fatto che in alcuni campi esistono più verità scientifiche, a volte in contraddizione tra di loro, non può indurci a pensare che non esiste una verità assoluta, cioè una verità assoluta scientifica?

Io non riesco bene a capire che cosa s'intenda per verità assoluta.Io credo che abbiamo punti di vista sempre più sofisticati e raffinati che si confrontano. Se questi punti di vista arrivassero all'assolutezza e alla perfezione, non avremmo più la ricerca.Io credo che la verità assoluta sarebbe quieta e tranquilla come la pace dei cimiteri. Io invece ritengo che noi viviamo proprio per metterci continuamente in discussione.Quello che ci interessa non è il possesso: è la ricerca.

da
http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=51

sabato 26 luglio 2008

Solarsiedlung a Schlierberg












The house of the future is no longer utopian
it can actually be realized. It is a fixed part of the community, the city and the region, and it offers its inhabitants an integral concept for the use of regenerative energy, as well as plenty of social life together with high standards of comfortable housing. Natural resources are being taken into consideration in the Solar Community at Schlierberg as far as the overall construction concept, the choice of materials and the water and energy system are concerned. Inhabitants are encouraged to get creative by the aesthetic design, incidental costs and expenses are low, and there is an efficient system of ecological mobility by public transport, by bike or on foot. The various different aspects of the community combine to produce a sensible interaction of its manifold components.

Development Concept
With altogether 58 Plusenergiehäuser® and one living and office block, the Sonnenschiff, the Solarsiedlung am Schlierberg is reputed to be the most modern solar housing project in Europe.

At the Innovation Competition, it was given the first prize by the magazine “Immobilien Manager” (Real Estate Manager), at the Öko 2000 it was given the Timber Creative Award of BUND, the Society for Environment and Nature Protection. Furthermore, it was the head project for solar housing at the World Exhibition 2000.

The development´s structure is focused on the circuit of the sun. All the terraced houses face south, and the distance between the rows of houses is designed to guarantee insolation over the winter.

In each case, two rows of terraced houses are taken together in order to improve the development´s efficiency and to encourage communication. Thus, local roads are made broader and are connected to one row facing south and one facing north, both of which alternate with one another.

The terraced houses are two or in some cases three storeys high. The Sonnenschiff is four to five storeys high and thus screens the community from the traffic on Merzhauser Straße.

Ho riportato la presentazione, reperibile sul sito di Rolf Disch (www.rolf-disch.de), del nuovo insediamento residenziale a risparmio energetico a Schlierberg, Friburgo.
E'un ottimo riferimento della direzione verso la quale re-impostare il nostro sbagliato modo di costruire. Ed un esempio di progettazione partecipata, alla quale gli abitanti sono stati chiamati a dare un contributo progettuale importante.

La domanda è: se è possibile che esperimenti di questo livello sia possibile concretizzarli con profitto a Friburgo, nota città non tropicale, quali guadagni in termini di risparmio energetico potrebbero verificarsi da noi, col nostro clima senza dubbio più favorevole in termini di possibile sfruttamento del solare?

Certo, il tutto si scontrerebbe con le le lobby edili (produttori di laterizi, o produttori di quelle specie di cose che oggi chiamano intonaco), l'impreparazione dei progettisti (ingegneri ed architetti), e con il mercato immobiliare, storicamente poco avvezzo al nuovo.

Andrebbe infatti completamente reimpostata la prassi che nel Bel Paese sembra essere l'unica modo tramite il quale fare le cose.
Con buona pace di ciò che invece si chiama sperimentazione.

martedì 22 luglio 2008

Creatività

"Creatività significa aver portato a termine la propria nascita prima di morire"

erich fromm

lunedì 21 luglio 2008

La mia casa, ovvero cosa significa Architettura, per me

va beh, rifarsi la casa per rifarsi la casa... un classico. Il Piroscafo
L'unica cosa bella che ha fatto Aldo Rossi (no, dai, anche la caffettiera non è male...)



In effetti è strano. non ho mai pensato fino in fondo a come vorrei la mia casa. Giusto prima ci vogliono i cash, poi se ne parla.
Ma sognarla non costa quindi.

Partiamo da un assunto. Voglio una casa leggera. Leggera rispetto a come si posa a terra, ad al rapporto che ha con il cielo. Terra e cielo sono i due limiti di ogni architettura.
Mi piacerebbe che utilizzasse meno suolo possibile. Guardiamoci in faccia, le costruzioni non consumano suolo, lo utilizzano. Mi fa ridere chi dice che il costruire è antitetico rispetto alla salvaguardia dell'ambiente. Dell'ambiente non ce ne facciamo nulla se non creiamo delle situazioni mediante le quali utilizzarlo. I problemi sono due: come si creano quelle situazioni e come si utilizza ciò di cui l'architettura si serve per esistere: l'ambiente appunto. Il primo è squisitamente territorio dell'architettura. Il secondo lo è prima di tutto della politica, nel senso della gestione auspicabilmente corretta ed equa, perequativa, delle cose di tutti. Lo spazio è la prima delle cose di tutti. Non nel senso della proprietà ma nel senso di valore condiviso. Lo spreco di suolo, che pure è innegabile che ci sia, non è esito dell'incapacità dell'architettura di porre risposte ai problemi, ma di una politica che evita di guardare allo spazio come valore. Dopodichè dalla cattiva politica alla brutta architettura il passo è breve. e la situazione è sotto gli occhi di tutti.
La politica non è il mio mestiere. L'architettura si.
Il mio è il mestiere di chi partendo da una entità astratta, lo spazio, il vuoto, deve ad un certo punto raccoglierlo, chiuderlo, perimetrarlo come se fosse un liquido, per poterlo bere. Fuor di metafora bere lo spazio significa poter disporre di luoghi idonei, giusti, per fare le cose che vogliamo fare, cose che possono essere il raccogliersi in intimità, pregare, baciare, fare l'amore, passeggiare, correre, litigare, morire, nascere.
Perimetrare lo spazio significa sottrarlo al nulla per darlo a chi lo abita. L'operazione della sottrazione alla biosfera del vuoto per riempirlo di azioni, di eventi, è per me il fare architettura.
La mia casa può allora utilizzare lo spazio senza sprecarlo. Può poggiare sul suolo in modo puntiforme, ad esempio con struttura in acciaio, ed essere staccata da terra, rialzata, senza bisogno di scavo. Potrà essere realizzata a secco, senza roba in opera. Al momento della sua dismissione (gli edifici sono come lo yogurt, hanno la data di scadenza) tutto sarà più facile. basterà smontare e riusare ciò che si può (legno, acciaio, ad esempio). Sarà luminosa, e cioè correttamente collocata rispetto al sole. Sarà passiva, cioè consumerà poco, molto poco. E le tecnologie per farlo ci sono. Sarà intima. Non un capolavoro da Archistar, da Star System, ma la mia casa. Potrò camminarci scalzo, o andare in giro nudo senza sentirmi fuori luogo. Senza sentirmi l'Architetto che urla continuamente con arroganza "questa è opera mia".
Avrà un patio. Potrà essere tutta su un piano. O su due, con un soppalco. Sarà fuori bianca. O coloratissima. Non avrà siepi, perchè la foresta di Sherwood sta bene solo a Nottigham. Avrà una amaca, tesa fra due alberi, per poterla rimirare, e per poter ammirare tutto il resto.

Potremmo continuare all'infinito quasi. Non è la wish list. Sono suggestioni, tutte oggi realizzabilissime, a partire dalle quali si costruirebbe in maniera più corretta, per noi e per il territorio che la accoglierebbe senza stare li a guardarla, il più delle volte inorridito, come capita molto spesso oggi.
Sono provocazioni, anche. Per dire che l'Architettura è una risorsa per stare meglio, e per sprecare di meno.
La società si rispecchia in quello che costruisce. Forse capendolo cambieremmo un po' il modo di farlo.